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IN MITRA
MEDUSA INRI
Darkness Between Us
(CD - Apollyon/Audioglobe, 2003).
Gli In Mitra Medusa Inri nacquero
agli inizi della scorsa decade per iniziativa del chitarrista
e cantante Volker Rohde e del tastierista Holger Meyer.
A loro si associò in seguito Michael Gronau (basso), e
questa formazione, completata dall'immancabile drum-machine,
registrò due ottime cassette ("In Mitra Medusa Inri"
e "Magia Naturalis"). La stampa dell'epoca non mancò di
paragonarli ai Joy Division, dipendenza resa ancora più
evidente da brani come "The holy war", molto affine stilisticamente
ai classici di Ian Curtis e compagni. Dopo la pubblicazione
del CD "Long forgotten world", uscito sotto l'egida Spirit,
li affidai all'oblio, serbando di loro comunque un ottimo
ricordo, vivificato dalla melodica "Ocean blue", una delle
più belle canzoni mai composte dal gruppo tedesco. E'
trascorso da allora circa un decennio, nel frattempo hanno
visto la luce "Commedia del Arte" (1998), l'omonimo mini
del 2001 ed infine, nel settembre dello scorso anno, "Dreams",
Volker Rohde ha abbandonato i vecchi compagni, ai quali
sono ora da attribuire in toto onori ed oneri compositivi/esecutivi,
ed ecco che le nostre strade si incrociano ancora. La
title-track apre il dischetto, una graziosa dark song
resa sapientemente drammatica dalla sentita interpretazione
di Volker. "Sometimes" chiarisce ben presto quali sono
i contenuti dell'albo, asservito ai canoni del più classico
(ormai) elettro-goth, con le chitarre a ritagliarsi a
fatica un modesto ruolo di comprimarie. Il ritmo cala
sensibilmente colla successiva "Stars", per poi impennarsi
ancora in "You came from the sun". Quivi emergono riferimenti
a storici gruppi quali Danse Society (belle linee basso-batteria,
synth spaziale, cori in secondo piano). Più il tempo trascorre
più la song mi piace! La scarna "Never shareing" si dimostra
presto episodio trascurabile, ed è proprio la presenza
di tracce troppo scontate come questa ad impedire a "Darkness
between us" di decollare definitivamente. Un vero peccato
perchè "Traces of the night" (a tratti vagamente sisteriana,
alla "Body and soul") e "Disappointment remains" si meritano
la piena sufficienza. Fra umbratili ballate e vorticose
fughe di sintetizzatori, Meyer e Gronau appaiono indecisi
circa la via maestra da intraprendere. "Darkness between
us" resta un buon disco, lasciando però nell'ascoltatore
un vago senso di incompiuto. Si poteva pretendere
di più!
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